Giornata mondiale del rifugiato 20 giugno 2013: ogni 4,1 secondi

Storie e Notizie N. 951

Secondo i recenti dati relativi al 2012, diffusi dall’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR), ben 7,6 milioni di esseri umani per sopravvivere sono stati obbligati a fuggire dai rispettivi paesi. Di questi, circa un milione sono emigrati all’estero alla disperata ricerca di un rifugio, mentre i restanti 6,5 milioni sono rimasti nella terra natia, vivendo nella difficile condizione di sfollati. Inoltre, i funzionari delle Nazioni Unite sono arrivati alla seguente amara considerazione: ogni 4,1 secondi una persona diventa un rifugiato o uno sfollato.

Ogni quattro virgola uno secondi

Ogni quattro virgola uno secondi diventiamo tutti qualcos’altro.
Che lo si desideri o meno.
Sia coloro che se lo aspettano e altrettanto quelli che vengono presi alla sprovvista.
Perché avevano deciso di pensare ad altro.
O perché ci avevano pure pensato ma avevano capito quanto fosse inutile.

Ogni quattro virgola uno secondi diventiamo più vecchi.
Sì, lo so, questa è banale.
Guardate, vi stupisco, allora.
Nel medesimo tempo diventiamo più ricchi.
Tutti.
Perché? Perché ogni quattro virgola uno secondi abbiamo meno tempo davanti.
Quindi diveniamo meno bisognosi di denaro.
E più di tempo.

Ogni quattro virgola uno secondi assomigliamo di più ai nostri genitori.
Quando avevano la nostra età.
Facile anche questa?
Or dunque, state a vedere.
Nello stesso tempo diventiamo più vicini.
Sì, voi ed io, e se non il sottoscritto, voi e le parole che state leggendo.
Conoscete forse una via più efficace di una storia per capire cosa c’è dietro?

Ogni quattro virgola uno secondi uno di noi diventa un rifugiato o uno sfollato.
Sì, lo so, questa è quella più telefonata.
E’ nella premessa, è vero.
Ma il vero problema da affrontare, la notizia da pubblicare, il fatto su cui riflettere, non è cosa succede ogni quattro virgola uno secondi.
E’ quel che accade dopo che vale veramente il prezzo del biglietto.
Sto parlando dei quattro virgola uno secondi seguenti.
I successivi.
E quelli dopo ancora.

Perché ogni quattro virgola uno secondi ciascuno di noi può diventare qualcosa.
Di nuovo e di diverso.
Ad esempio, all’inizio del 2006, in quattro virgola uno secondi mio padre è morto.
Nello stesso tempo il sottoscritto ha perso un papà.
Poi, dopo una lunghissima serie di quattro virgola uno secondi, è nato mio figlio.
E sempre in quattro virgola uno secondi sono diventato padre per la seconda volta.

I quattro virgola uno secondi che ci restano, tutti, nessuno escluso, hanno un valore straordinario, non credete?
Perché in qualsiasi quattro virgola uno secondi che verrà chi tra noi è diventato rifugiato o sfollato, ma anche licenziato, disoccupato, abusato, può diventare qualcos’altro.
Come accolto, rifocillato, salvato.
Ma anche isolato, discriminato, respinto.

Ogni quattro virgola uno secondi che grande occasione abbiamo.
Quella di rendere il mondo migliore o meno.
Anche solo per quattro virgola uno secondi.
Non ne vale comunque la pena?

 



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Trapianto di testa: rivoluzione per un giorno

Storie e Notizie N. 950

Leggo che secondo Sergio Canavero, neurochirurgo di Torino, tra due anni saremo capaci di effettuare il trapianto della testa.
Ci pensate? Ci pensate se potessimo anche solo per un giorno cambiare la testa degli ultimi di questo mondo con quella degli ignari primi?

E il giorno della rivoluzione arrivò.
Dal mattino alla sera, state tranquilli.
Una danza reversibile, non vi angosciate.
Tutto tornerà come prima, non vi nascondete.
E’ solo a fin di bene.
Il bene di tutti.

Cercate di capirci, non avremmo potuto farci scappare un’occasione del genere.
Un giorno di illuminazione ed evoluzione per voi.
Per noi poche ore di vacanza dal mondo.
Il nostro.
Trapianto della testa globale e il sud diventa il nord.
La periferia il centro.
E i pantaloni strappati rimangono gli stessi.
L’unica differenza che noterete è che i nostri lo sono sul serio.
Strappati.

L’alba in questo paradiso di ventiquattr’ore per voi sarà uno shock, ce ne rendiamo conto.
Figuratevi che anche noi non ci siamo ancora abituati.
Perché non ci si affeziona mai all’inferno.
Ma tanto voi saprete che apparirà la scritta fine alla mezzanotte e tornerete a casa.
Tenetevi stretta questa consapevolezza e ce la farete.
A noi basterebbe eccome, pure senza il trapianto di testa, pensate un po’.
To be continued, ovvero da domani si ricomincia e sarà anche peggio.
Vuoi mettere con The End?

E allora, trapianto di testa globale e il ricco guarderà con gli occhi del derubato.
Dai, che lo sapete che povero non regge.
Diciamo le cose come stanno, almeno in questo giorno.
Il difensore della patria, il cittadino doc, il purosangue ius suo, saprà finalmente cosa voglia dire sentirsi chiamare solo meticcio, straniero, clandestino, extracomunitario, immigrato, di colore, nero e altri innumerevoli epiteti che evitiamo per educazione, tranne l’unica parola che spiegherebbe la sua presenza, qui e ovunque.
Umano.

E così via, il politico che parla dei disoccupati proverebbe la fame nera, vedrebbe il proprio conto in rosso e immaginerebbe un futuro grigio.
Il soldato che porta la pace con le missioni di guerra, o forse è il contrario, capirebbe quali emozioni si accendono nei cuori di qualcuno che nella sua casa si vede sparare da un soldato mentre gli racconta una strana storia.
Quella di un soldato che porta la pace con le missioni di guerra.
Il banchiere proverebbe a chiedere un mutuo in banca, semplicemente.
Nella sua banca, che non gli darà mai un centesimo in quanto non si fida di lui.
Prima, figuriamoci adesso, dopo il trapianto di testa.
Almeno quello di prima era povero, ma onesto.

Al tramonto che gioia, eh?
E’ finita, griderete a squarciagola, l’incubo è terminato.
Ma la sapete una cosa? Anche noi esulteremo, con il cuore gonfio di speranza.
Ora sanno, con questo promettente pensiero andremo a dormire.
Adesso non possono più dire di non sapere.
Perché il giorno della rivoluzione è arrivato.
Dal mattino alla sera, per vostra fortuna.
Una danza reversibile e tutto è tornato come prima.
E’ stato a fin di bene.
Il bene di tutti.





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Turchia fotografo Italiano arrestato: foto libere

Storie e Notizie N. 949

Ho letto dell’arresto del fotografo Daniele Stefanini a Istanbul durante gli scontri tra polizia e
manifestanti e osservandone l’immagine, che in queste ore si sta diffondendo in tutto il mondo, ho intravisto qualcosa di rassicurante…

Potete arrestare i fotografi.
Ma non potrete arrestare le fotografie.
Perché nessun può incatenare un’immagine.
Soprattutto laddove ciò che ritrae è vivo.
Allora e adesso.

Potete rendere schiavi i bambini.
Ma non potrete imprigionarne la fantasia.
Quella di chi li ha messi al mondo.
E di chi di loro si sente comunque madre.
O padre.
Perché quando fai scoppiare un palloncino è quasi sempre un fatto triste.
In effetti, la plastica muore e la magia pare finire.
Ma, che tu te ne renda conto o meno, l’aria è finalmente libera.

Potrete rinchiudere i sognatori di questo mondo, tutti, nessuno escluso in un’enorme cella senza finestre persa ai confini della vostra solitudine.
Potrete altresì spogliarli di ogni avere, ma non troverete traccia alcuna dei loro sogni.
Perché i sogni dei sognatori sono di tutti.
Anzi, appartengono al resto dell’umanità molto di più che a loro stessi.
E basta che solo uno tra noi se ne accorga che lo spettacolo ricomincia.
Più bello di prima, guarda un po’.

Potrete trucidare i leader degni di questo nome, ovvero coloro che per il bene della cittadinanza a cui appartengono non hanno alcun bisogno di scendere in campo.
Perché in quel campo ci sono nati e da quell’istante non l’hanno mai abbandonato.
Nemmeno quando vennero accusati di qualcosa che non ritenessero giusto.
Ci sono rimasti più che mai in quel momento.
Tuttavia, nonostante quel che raccontano alcuni libri di Storia, quella con la esse maiuscola, non potrete mai ucciderne le idee.
E quando le avrete date ormai per spacciate ecco che accanto a voi, o agli antipodi da dove vi siete costruiti la vostra bella roccaforte per difendervi da esse, una pianta germoglierà tra le sue mura.
E vi sorriderà.
Di nuovo.

Potrete violentare, seppellire e al fine sperare di cancellare dalla vostra memoria il ricordo di ogni creatura che avete trasformato in nemico per legalizzare rancori e paure.
Ma non avrete fatto altro che seminare vita nella vita.
E quando nutri la vita con la vita, l’anima con l’anima e un’irrefrenabile voglia di entrambe con la medesima il risultato siamo noi.
Sappi che saremo ovunque.
Anche per colpa tua.
O merito, a te la scelta di quale ruolo interpretare in questa storia.

Perché potete arrestare i fotografi, i sognatori e tutte le creature che avete trasformato in nemici.
Ma non potrete arrestare un’immagine.
Soprattutto laddove ciò che ritrae è vivo.
Allora e adesso.
Negli occhi di chi la guarda.
 



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Dolores Valandro Facebook Cecile Kyenge: il paese che vorrei

Storie e Notizie N. 948

Un esponente della Lega Nord si distingue per l’ennesima volta con un’uscita infelice, per usare un compassionevole eufemismo, e il giusto sdegno si diffonde. Non quanto si auspicherebbe, ma di sicuro in maniera significativa.
Di tutta risposta alla discutibile domanda della leghista, il ministro dell’integrazione ha dichiarato che tutti dovrebbero sentirsi offesi.
Concordo, ha pienamente ragione.
Il fatto è che ho i capelli grigi e sono stanco di sentirmi offeso.
Ogni tanto vorrei provare emozioni radicalmente opposte.
Per fortuna che esistono le storie…

Che giornata, ragazzi.
Io c’ero.
Per mia fortuna, posso dire che io c’ero.
Sono momenti questi che rimangono dentro, senza scherzi.
Come dei focolai della memoria che riscaldano il cuore negli istanti di sconforto.
Ovvero, come foto ben riuscite di occasioni indimenticabili in una faticosa esistenza.
Il fatto sorprese in molti, questo è indubbio, ma da qualcosa bisogna pur iniziare per mostrare che siamo cambiati.
Che il nostro paese è finalmente diverso da se stesso.
Che siamo migliori dello schifo a cui doniamo quotidianamente dignità a tal punto che molte persone finiscono addirittura per considerarlo un vanto.
D’altra parte, le premesse per scatenare reazioni tra le più inaspettate ce n’erano in quantità industriali.
L’Italia ha eletto il primo ministro nero di colore marrone scuro di origini africane, così ce l’ho messe tutte.
Ed è pure donna.
Guarda un po’ che ti arrivo a dire.
Ovviamente, siamo nel 2013, mica nel 3415, quando da noi il colore della pelle non sarà più degno di nota, soprattutto giornalistica.
Indi per cui, reazioni di una certa criticità erano da aspettarsi, secondo copione.
Un copione razzista, d’accordo, ma pur sempre prevedibile.
Tuttavia, quello che sulla Kyenge scrisse su Facebook la consigliera di quartiere lasciò tutti di sasso.
Cito testualmente: “Ma mai nessuno che l’abbracci, così tanto per capire cosa possa provare la vittima di una vita di discriminazioni?”
Pochi attimi dopo aver pubblicato il post sulla propria bacheca, la latrice del messaggio si ritrovò il proprio nome sulla bocca di tutti, sul web e fuori da esso, così come le sue parole.
Soprattutto le sue potenti parole.
Perché questo sono più di ogni altra cosa, queste ultime.
Incredibilmente potenti.
Soprattutto quelle scritte, destinate al presente come al futuro, a seconda del coraggio infuso in esse.
All’intelligenza.
E più che mai all’empatia.
Perché coraggio, intelligenza ed empatia sono l’inchiostro con cui sono state scritte le meraviglie della natura che talvolta ignoriamo e spesso violentiamo.
Anzi, stupriamo.
In breve, solo su Facebook vennero aperte centinaia, ma che dico, migliaia di pagine tutte con lo stesso significato, io abbraccio Cecile Kyenge, il giorno dopo venne organizzato un enorme flash mob di abbracci metaforici a quest’ultima e un’inaspettata quantità di persone, vip o meno, si esposero pubblicamente dichiarando di rispondere con gioia all’invito della consigliera.
Tra tutte, riporto qui le parole, altrettanto potenti, di una giovane studentessa intervistata in piazza il cui video in questo momento sta avendo una diffusione a dir poco virale: “Io abbraccio Cecile Kyenge perché sono una donna Italiana e so perfettamente cosa voglia dire essere discriminata dallo stesso paese in cui vivo, amo e che desidero rendere migliore.”
Che giornata, ragazzi.
Io c’ero.
Per mia fortuna, posso dire che io c’ero.
E potremmo esserci tutti, se solo lo volessimo.

 



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Uomo più vecchio del mondo 2013: una donna

Storie e Notizie N. 947

Il giapponese Jiroemon Kimura è morto a 116 anni.
L’uomo più vecchio del mondo.
Ora, il primato dell’anzianità spetta a una donna, che vive sempre in Giappone.
Misao Okawa ha 115 anni.
Passandole il testimone, immagino parole che il nonno della terra le possa aver consegnato prima di congedarsi.

Cara Misao,
addio.
Da domani tocca a te.
La più vecchia. Ti chiameranno la più vecchia.
La meno giovane, protesterai tu.
Ma che vuoi farci, chi ci conosce per quel che ai loro occhi rappresentiamo, i loro incubi evochiamo e le loro fantasie accendiamo, avrà sempre difficoltà ad identificarci per quello che in realtà siamo.
Tu capisci cosa intendo, vero?
Ero il più vecchio del mondo, ma sapevo bene che questo era solo il titolo per un premio ai Guinness.
Ci ho pensato molto, in questi giorni, soprattutto di notte, prima di addormentarmi, presagendo la fine del mio viaggio.
Chiudevo gli occhi e lo vedevo.
Hai capito, giusto?
Il bambino più piccolo.
La nuova nata in questo preciso istante.
La creatura che inizia a camminare esattamente dal punto opposto della retta alla cui fine ora io giungo.
Prendi quella retta, dal più giovane degli umani sino a te ed io, e chiamala umanità, se vuoi.
Li vedi? Circa sette miliardi di abitanti, ognuno con la sua età, ciascuno che vive e prova emozioni, grida e ride, piange e sussurra, combatte e muore su quella linea al cui estremo c’ero io.
E ora tu.
Tienila in mano, con me, adesso, quella meravigliosa riga.
Chiamala umanità, se preferisci.
E prova a dire che ti piace il mondo che abbiamo costruito.
Cerca di confessarmi che, dopo tutto, sei contenta di essere la cima di questa montagna.
Fatta di dolori che adombrano timide gioie.
Di violenze che offuscano adorabili gesti.
E di semplici perfezioni prevaricate da casuali ottusità.
No, non parlare.
Non voglio sapere se ami o meno, questo spettacolo che noi altri, tutti, nessuno si senta spettatore, abbiamo messo su.
Tu ed io sappiamo benissimo che non è questo ciò che conta.
Tu ed io abbiamo imparato che non è poi tutta questa tragedia se questa linea si interromperà con la nostra morte.
Perché tale destino si ripeterà ancora quando non il più vecchio, bensì il più piccolo tra gli infanti che oggi emettono il loro primo vagito arriverà tra cento anni alla nostra età.
E morirà.
Con lui o lei se ne andrà un’altra retta, quella che sarà stata scritta nell’altro verso, tracciata dopo di lui, come quella di cui eravamo noi stessi il punto di partenza e che con noi scompare.
L’altra umanità, la nostra, quella in cui al nostro arrivo c’era qualcun altro ad essere il più vecchio.
O la più vecchia.
Ed ecco il nostro segreto.
Posso odiare o adorare il mondo, oggi, ma sapendo quel che ti ho appena scritto sono felice.
Sorrido con le lacrime agli occhi e sono felice.
Perché so che i nostri numerosi figli e nipoti potranno incidere un’altra retta, sulla terra di questo pianeta, infinitamente diversa dalla nostra, un’altra umanità.
Perché magari sarà migliore di oggi.
E perché potrò finalmente vantarmi di esserne stato il nonno.
E tu la nonna.

  



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Afghanistan ritiro truppe Italiane 2013: eroi e vittime

Storie e Notizie N. 946

In pochi giorni, siamo passati dalla notizia di un possibile ritiro del nostro esercito dalla guerra in Afghanistan a quella della conferma ufficiale dell’impegno bellico nostrano nel discorso del Ministro della Difesa Mario Mauro alla Camera: “L’intendimento del Governo è di proseguire la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, concludendola secondo i tempi stabiliti nel 2014”.
Sarò di parte, ma ho l’impressione che il problema sia sempre nelle parole. Ministro della Difesa, è questo che non va, è la parola difesa che condiziona, limita, chiude ogni possibilità ad un’alternativa, una reale alternativa.
Perché l’azione di chi difende è, o almeno dovrebbe essere, sempre una risposta al suo oppositore naturale, colui che offende.
Costui, poi, si ribella perché afferma di non aver iniziato per primo a colpire.
Sono io che mi difendo da voi, sostiene il più delle volte e in alcuni casi perfino con argomenti più che validi.
E intanto la guerra va avanti e non finisce, come quella in Afghanistan, che è cominciata nel 2001.
E intanto migliaia di vite innocenti, soprattutto quelle di donne e bambini, vengono trucidate.
Alla Camera ci vorrebbe l’intervento del Ministro della Pace.
Quello sì sarebbe un discorso che ascolterei e applaudirei…

Gentili deputate,
amici onorevoli,
vi ho qui riuniti per darvi una notizia storica, che cambierà l’immagine del nostro paese nel mondo.
Vi annuncio che da domani i nostri soldati abbandoneranno l’Afghanistan e torneranno a casa, dai loro cari.
Questa missione è terminata.
E’ questa la notizia storica?
No, è già successo, non è nulla di straordinario.
Da che mondo è mondo, i governi iniziano le guerre, gli eserciti le combattono e la povera gente ne paga il prezzo con la propria vita.
E da che mondo è mondo, i governi dichiarano terminate le guerre, gli eserciti smettono di sparare, ma la povera gente continuerà a pagarne il prezzo con la propria vita per ancora molto tempo.
Ecco, è questo che da oggi in poi premerà maggiormente al nostro paese.
La povera gente, ovvero le vittime.
Sì, le vittime.
Le vere vittime delle guerre.
Coloro che dovremmo difendere da chi li offende.
E forse anche da noi stessi.
Da domani, è per le vittime che stanzieremo denari, è con le vittime che saremo solidali, e alle vittime che penseremo laddove decideremo da che parte stare nelle cose del mondo.
Perciò, non crediate che il nostro sarà un chiamarsi fuori dalle ingiustizie, dagli abusi.
Dalla guerra.
Eroi? E' questa la gente che volete celebrare sulla pubblica piazza? Sono queste le persone a cui volete appuntare la medaglia sul petto e leggerne i nomi sui cartelli delle vie che contano?
Oh, ma ne avrete quanti desiderate.
Soprattutto coloro che se ne riempiono la bocca, il più delle volte nelle occasioni funebri, avranno la chance di scendere essi stessi in campo.
In prima persona.
Ecco la notizia storica.
Perché da domani gli eroi saremo tutti noi.
Perché domani inizieremo davvero una missione di pace, altro che chiacchiere.
Perché domani il nostro ministero ritirerà le proprie truppe e al loro posto invierà per primi noi, i politici.
E poi i medici e gli insegnanti, gli ingegneri e gli architetti, i giornalisti e i vigili urbani, gli educatori e i clown, gli imbianchini e gli idraulici, gli spazzini e gli scrittori, gli attori e i macellai, i tronisti e i cubisti, i presentatori e i cantautori, e così via.
Tra loro, tutti quelli che hanno veramente a cuore le vittime di questo mondo e che sono disposti ad impegnarsi per loro.
E vedrete che con così tanti eroi non ci saranno più altre vittime.

Il Ministro della Pace





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Giornata mondiale contro il lavoro minorile 2013: il resto di noi

Storie e Notizie N. 945

Domani, 12 giugno 2013, viene celebrato il World Day Against Child Labour. Secondo le ultime notizie, si contano nel mondo oggi 150 milioni di bambini vittime di diversi tipi di sfruttamento, 260 mila solo in Italia…

Alcuni di noi giocano.
E sognano, con gli occhi chiusi o meno.
Sono coloro che nascono nella terra della normalità, che rimane tale solo per chi ci vive, purché non naufraghi nell’oceano chiamato realtà.
Il resto di noi immagina le fortunate esistenze che esistono rigorosamente al di là della parete, nella casa della finestra di fronte, in quella lontana città di cui parla la tv, su, in cima, all’ultimo piano del grattacielo nel mezzo dell’isola che c’è.
C’è, ma non per tutti.
Solo per chi ci nasce, e neanche tutti tra loro, poiché s’inventano perfino leggi per rendere il futuro ancora più a rischio di quello che è già.
Cosa normale, per il resto di noi.
Noi che facciamo tutto tranne quello che ci spetta.
Siamo il bambino che cuce.
Il ragazzino che lava e stira.
Il bimbo piegato in terra che raccoglie.
Quello che mette in ordine.
E quello che viene punito, se non fa le cose come si deve.
Magari fossero lezioni per crescere ed evolversi.
Per migliorare.
Il resto di noi impara una sola cosa, il primo giorno che entra in questa sorta di incubo ed è orribile solo a pensarla.
Il credere che la vita sia tutta qui e che il resto sia solo un miraggio.
Quello che vivono alcuni di noi.
Se veramente esistono anche loro.
Nello stesso tempo, in questo paradossale imbroglio detto società moderna, ci sono i grandi.
I cosiddetti adulti.
Alcuni di loro lavorano.
Sognano anche loro, di notte e di giorno.
Sono coloro che fanno del proprio meglio ovunque, nella terra della normalità e soprattutto nel mondo esiliato da quest’ultima.
Perché hanno la convinzione o la follia, dipende dai punti di vista, che quel miraggio, ovvero la felicità all’orizzonte, dovrebbe essere raggiungibile per tutti.
Senza distinzioni alcune.
Il resto di loro, dei grandi cosiddetti adulti, non lavorano.
Sostengono di farlo.
In realtà giocano.
Sì, giocano a fare i politici, gli scienziati, gli ingegneri, gli avvocati, i soldati.
Ma quelli più assurdi sono quelli che chiamano lavoro quello che è davvero un gioco, vedi i calciatori.
Prendetevi un attimo, ora, fate una pausa.
Dal lavoro o gioco che sia, o comunque voi lo chiamate.
E figuratevi di rimettere per un istante tutte le caselle al loro posto.
Immaginate un mondo dove tutti noi, alcuni e tutto il resto, vivessimo per giocare, giocare finché il tempo lo richieda.
Una società, non più imbroglio, dove i grandi, non più cosiddetti adulti, vivessero il proprio lavoro anche giocando, ma senza dimenticare che gioco non è.
Pensate a quanto sarebbe meraviglioso, alla fine della giornata, raccontarci cosa abbiamo entrambi imparato.
E in quel momento si potrebbe pure giocare assieme…

  



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