Il futuro dei miei
"E' quasi morto un altro essere umano..."
Dall’Ansa di oggi: “Picchiato con mazza da baseball e rapinato a Pavia”
E' stato rapinato e picchiato a sangue mentre andava in farmacia per acquistare medicine per il figlio appena dimesso dal reparto di pediatria del Policlinico San Matteo di Pavia. E' accaduto ieri a Pavia. Vittima dell'agguato un 47enne di Landriano (Pavia) che ora e' ricoverato in traumatologia in ospedale con una frattura alla vertebra cervicale. L'uomo e' stato aggredito da tre uomini che, dopo averlo colpito con una mazza da baseball, l'hanno rapinato del denaro e di due telefonini cellulari.
A Pavia, non lontano da Milano, è quasi morto un altro essere umano. La discriminazione contro ogni diversità in Italia esiste, così come nella maggior parte dei paesi cosiddetti moderni. I giornali, con i loro titoloni acchiappa gonzi, per poter vendere questi ultimi ai propri sponsors (per citare Chomsky), non fanno altro che seguire il copione generale. Così come gli pseudo intellettuali quando scendono in campo seguendo il trend del momento. Chi si definisce tale - intellettuale, intendo - non può limitarsi a metterci la faccia solo quando la propria sceneggiatura lo prevede. Chi desidera veramente, con onestà, affrontare i problemi della propria società deve andare a scavare oltre le parole, per quanto grandi siano. Tra l’altro, non ci vuole certo un genio per sapere che spesso, dietro a paraventi come il razzismo, c’è solo un mare di violenza e di ignoranza.
Dal canto mio, chiedo scusa ad Abdul, come al papà aggredito, per averli tirati in ballo.
Volevo solo provare che per il sottoscritto il dolore non ha colore.
E' morto un essere umano.
Nessuna aggravante!
Maratona di letture antirazzista in memoria di Abdul Guibre, cittadino italiano, ucciso a soli 19 anni per un pacco di biscotti.
Nessuna aggravante razziale! L’omicidio di Abdul Guibre, un giovane italiano originario del Burkina Faso ucciso a sprangate domenica notte a Milano all’età di 19 anni per aver rubato un pacco di biscotti, non avrebbe motivazioni razziali: così dicono gli uomini di legge. Una ricostruzione discutibile che preoccupa tutti coloro che osservano con sgomento il crescente clima d’intolleranza in Italia.
Mossi dallo sdegno per il linciaggio e uniti dal ricordo del giovane Abdul, scrittori, attori e intellettuali si ritroveranno Giovedì 18 settembre presso la Libreria GRIOT, alle ore 19,00, per dare vita ad una maratona di letture antirazzista seguita da un dibattito animato da Jean-Leonard Touadi, deputato DS ed ex Assessore alla Sicurezza del Comune di Roma e Ali Baba Faye.
Parteciperanno gli autori Amara Lakhous, Cristina Ali Farah, Jorge Canifa Alves, Lisa Ginzburg, Igiaba Scego, Daniele Scaglione, Elisa Davoglio, Lidia Riviello, Mauro Covacich, Fausto Pellegrini, gli attori Andrea Rivera e Giuseppe Cederna, i giornalisti Marino Sinibaldi, Maria De Lourdes, Giovanni Maria Bellu, Gabriele del Grande, Barbara Romagnoli, Chiara Nielsen, Wasim Dahmash, Massimo Ghirelli, Leonardo de Franceschis, Sandro Portelli e tanti altri.
Anch’io, come tanti, ho letto la notizia della morte del giovane. Insieme al dispiacere per la tragedia, per quel che può valere per la sua famiglia, ho provato il solito fastidio nel leggere i titoli sui diversi giornali o in tv. Per la precisione, i vari modi con i quali veniva citato Abdul: italiano di colore, ragazzo nero, in alcuni casi anche solo nero e così via.
Ho lavorato per anni con persone in difficoltà, vera difficoltà, e ho imparato che per chi viene colpito da una grave tragedia come la morte di una persona cara - vedi la famiglia del ragazzo in questione - è morto un essere umano a cui si voleva bene. Nulla di più e, soprattutto, niente di meno. E’ morto un essere umano, enormemente di più che un italiano di colore. E’ morto un essere umano, estremamente di più che un ragazzo nero. E non è accaduto in un luogo di guerra o a causa di un attacco terroristico o presunto tale.
E’ successo in una grande città come tante del cosiddetto civile mondo occidentale.
Questa è "la notizia".
Di seguito ci sono i particolari di quest’ultima, in ordine di rilevanza. Ad esempio il fatto che Abdul avesse solo diciannove anni, con ancora tutta la vita davanti e che è stato colpito a morte in strada, con un assurdo atto di violenza per motivi apparentemente futili come il furto di biscotti.
Poi, dal mio punto di vista, viene il resto, largamente di minore importanza: se quest’ultimo avesse o meno effettivamente compiuto il furto, poiché, nel secondo caso, qualche giornalista o politico avrebbe addirittura avuto la libertà di affermare pubblicamente che se l’è cercata, la bastonata.
Oppure, come è accaduto, il razzismo diviene il tema centrale, la parola che racchiude il tutto e che, il più delle volte, in realtà non contiene nulla.
Con questo non voglio assolutamente affermare che in Italia, come in molte parti del mondo, non ci sia una violenta discriminazione verso chi è diverso da noi. C’è eccome e chi nega questo mente sapendo di mentire, tuttavia, le grandi problematiche che riguardano intere società sono molto più complesse da essere riunite in un’unica grande parola come razzismo.
Grandi parole che vengono evocate per offuscare i fatti e ciò che c’è veramente dietro di esse, come quando si butta lo sporco sotto il tappeto, per usare una facile metafora.
Ecco perché fa comodo a tutti che sia stato ucciso un ragazzo di colore e non solo un ragazzo.
Può essere che il colore della sua pelle abbia avuto qualche importanza, nella sua uccisione, tuttavia, non facciamo un bel servizio alla sua memoria se ci soffermiamo solo su questo aspetto.
Il fatto è che la morte di Abdul diviene un pretesto per guadagnare la scena e disquisire intorno al grande tema di cui sopra, affermando il proprio diritto ad esprimersi a riguardo. Giornalisti, intellettuali e scrittori, tutti pseudo tali, si confrontano sul razzismo dilagante nel nostro paese.
Eppure, se ognuno di noi facesse il proprio lavoro con onestà e rispetto per il prossimo, perlomeno facendo qualche sforzo in questa direzione, allora, forse potremmo affrontare veramente le cause delle tragedie che accadono intorno a noi.
Basterebbe che i giornalisti informassero la gente citando esclusivamente i fatti, nel nostro caso, i seguenti: è stato ucciso un giovane di diciannove anni.
Sarebbe sufficiente che gli intellettuali, per dirla alla Pasolini, si impegnassero a farsi delle domande, piuttosto che sciorinare in giro risposte che nessuno ha chiesto loro.
Per quanto riguarda gli scrittori, be’, se la metà del tempo che trascorrono a spasso per librerie, a sentenziare su qualsiasi argomento, lo sfruttassero per leggere di più e scrivere meglio, forse avremmo qualche volume spazzatura in meno all’anno.
Finisco con una domanda, che rivolgo a tutte le persone che interverranno all’incontro pubblicizzato nella newsletter: sareste qui, stasera, se Abdul si fosse chiamato Pasquale?
La rom e la sosia
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