Il futuro dei miei

Questo racconto è presente nel mio nuovo libro dal titolo "Il dono della diversità", in libreria da fine gennaio 2013 per la casa editrice Tempesta, di Roma. Il testo è stato pubblicato ad agosto 2008 nel numero 30 di Carta e a dicembre dello stesso anno su Cem Mondialità.



Il futuro dei miei

Su una nave. In mare. Da qualche parte.
“Zio Amadou?”
“Sì…”
“Zio?”
“Sì?”
“Mi senti?”
“Sì che ti sento…”
“Ma non mi guardi…”
L’uomo si volta ed accontenta il nipote. “Stai tranquillo”, gli dice inarcando il sopracciglio sinistro, “le mie orecchie funzionano bene anche senza l’aiuto degli occhi…” E si volta a studiare le onde.
Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: “Zio… Tu conosci bene l’Italiano?”
“Certo, laggiù ci sono già stato due volte.”
“Conosci proprio tutte le parole?”
“Sicuro, Ousmane.”
Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: “Cosa vuol dire extracomunitario?”
L’uomo, alto e magro, ha trent’anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una decina. Non appena coglie l’ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi.
Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.
“Extracomunitario, dici?” ripete abbozzando un sorriso sincero. “Extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli Italiani e l’extracomunitario è colui che ne entra a far parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più.”
“E questo qualcosa in più è una cosa bella?”
“Certamente!” esclama Amadou accalorato. “Tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. Io sono così e così, ma tu sei sicuro una cosa bella, bellissima.”
L’uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell’acqua, quando Ousmane lo informa che l’interrogatorio non è ancora terminato: “Cosa vuol dire immigrato?”
Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: “Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extracomunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere là, diventeremo degli immigrati.”
“Anche io?”
“Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche un extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immigrati. Chiaro?”
“Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati.”
“Bravo”, approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.
Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: “Zio…”
“Sì?” fa l’uomo voltandosi per l’ennesima volta.
“E cosa vuol dire clandestino?”
Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell’impresa: “Clandestino… Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà al contrario insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!”
Il tono dell’uomo diviene all’improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.
“Lo prometto!” si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.
“Per quante persone possano negarlo”, prosegue lo zio, “tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quel che pensano gli altri. E lo sai perché?”
“Perché?”
“Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari…”
L’uomo riprende ad osservare il mare.
Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch’egli verso le onde. Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all’orizzonte. “Sono il futuro dei miei…” pensa il bambino. Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza.
E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?

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"E' quasi morto un altro essere umano..."

Dall’Ansa di oggi: “Picchiato con mazza da baseball e rapinato a Pavia”
E' stato rapinato e picchiato a sangue mentre andava in farmacia per acquistare medicine per il figlio appena dimesso dal reparto di pediatria del Policlinico San Matteo di Pavia. E' accaduto ieri a Pavia. Vittima dell'agguato un 47enne di Landriano (Pavia) che ora e' ricoverato in traumatologia in ospedale con una frattura alla vertebra cervicale. L'uomo e' stato aggredito da tre uomini che, dopo averlo colpito con una mazza da baseball, l'hanno rapinato del denaro e di due telefonini cellulari.

A Pavia, non lontano da Milano, è quasi morto un altro essere umano. La discriminazione contro ogni diversità in Italia esiste, così come nella maggior parte dei paesi cosiddetti moderni. I giornali, con i loro titoloni acchiappa gonzi, per poter vendere questi ultimi ai propri sponsors (per citare Chomsky), non fanno altro che seguire il copione generale. Così come gli pseudo intellettuali quando scendono in campo seguendo il trend del momento. Chi si definisce tale - intellettuale, intendo - non può limitarsi a metterci la faccia solo quando la propria sceneggiatura lo prevede. Chi desidera veramente, con onestà, affrontare i problemi della propria società deve andare a scavare oltre le parole, per quanto grandi siano. Tra l’altro, non ci vuole certo un genio per sapere che spesso, dietro a paraventi come il razzismo, c’è solo un mare di violenza e di ignoranza.
Dal canto mio, chiedo scusa ad Abdul, come al papà aggredito, per averli tirati in ballo.
Volevo solo provare che per il sottoscritto il dolore non ha colore.

E' morto un essere umano.

Stamani mi giunge la seguente newsletter, una della tante che non rammento di aver sottoscritto:

Giovedì 18 settembre, Libreria GRIOT, ore 19,00
Nessuna aggravante!
Maratona di letture antirazzista in memoria di Abdul Guibre, cittadino italiano, ucciso a soli 19 anni per un pacco di biscotti.
Nessuna aggravante razziale! L’omicidio di Abdul Guibre, un giovane italiano originario del Burkina Faso ucciso a sprangate domenica notte a Milano all’età di 19 anni per aver rubato un pacco di biscotti, non avrebbe motivazioni razziali: così dicono gli uomini di legge. Una ricostruzione discutibile che preoccupa tutti coloro che osservano con sgomento il crescente clima d’intolleranza in Italia.
Mossi dallo sdegno per il linciaggio e uniti dal ricordo del giovane Abdul, scrittori, attori e intellettuali si ritroveranno Giovedì 18 settembre presso la Libreria GRIOT, alle ore 19,00, per dare vita ad una maratona di letture antirazzista seguita da un dibattito animato da Jean-Leonard Touadi, deputato DS ed ex Assessore alla Sicurezza del Comune di Roma e Ali Baba Faye.
Parteciperanno gli autori Amara Lakhous, Cristina Ali Farah, Jorge Canifa Alves, Lisa Ginzburg, Igiaba Scego, Daniele Scaglione, Elisa Davoglio, Lidia Riviello, Mauro Covacich, Fausto Pellegrini, gli attori Andrea Rivera e Giuseppe Cederna, i giornalisti Marino Sinibaldi, Maria De Lourdes, Giovanni Maria Bellu, Gabriele del Grande, Barbara Romagnoli, Chiara Nielsen, Wasim Dahmash, Massimo Ghirelli, Leonardo de Franceschis, Sandro Portelli e tanti altri.

Anch’io, come tanti, ho letto la notizia della morte del giovane. Insieme al dispiacere per la tragedia, per quel che può valere per la sua famiglia, ho provato il solito fastidio nel leggere i titoli sui diversi giornali o in tv. Per la precisione, i vari modi con i quali veniva citato Abdul: italiano di colore, ragazzo nero, in alcuni casi anche solo nero e così via.
Ho lavorato per anni con persone in difficoltà, vera difficoltà, e ho imparato che per chi viene colpito da una grave tragedia come la morte di una persona cara - vedi la famiglia del ragazzo in questione - è morto un essere umano a cui si voleva bene. Nulla di più e, soprattutto, niente di meno. E’ morto un essere umano, enormemente di più che un italiano di colore. E’ morto un essere umano, estremamente di più che un ragazzo nero. E non è accaduto in un luogo di guerra o a causa di un attacco terroristico o presunto tale.
E’ successo in una grande città come tante del cosiddetto civile mondo occidentale.
Questa è "la notizia".
Di seguito ci sono i particolari di quest’ultima, in ordine di rilevanza. Ad esempio il fatto che Abdul avesse solo diciannove anni, con ancora tutta la vita davanti e che è stato colpito a morte in strada, con un assurdo atto di violenza per motivi apparentemente futili come il furto di biscotti.
Poi, dal mio punto di vista, viene il resto, largamente di minore importanza: se quest’ultimo avesse o meno effettivamente compiuto il furto, poiché, nel secondo caso, qualche giornalista o politico avrebbe addirittura avuto la libertà di affermare pubblicamente che se l’è cercata, la bastonata.
Oppure, come è accaduto, il razzismo diviene il tema centrale, la parola che racchiude il tutto e che, il più delle volte, in realtà non contiene nulla.
Con questo non voglio assolutamente affermare che in Italia, come in molte parti del mondo, non ci sia una violenta discriminazione verso chi è diverso da noi. C’è eccome e chi nega questo mente sapendo di mentire, tuttavia, le grandi problematiche che riguardano intere società sono molto più complesse da essere riunite in un’unica grande parola come razzismo.
Grandi parole che vengono evocate per offuscare i fatti e ciò che c’è veramente dietro di esse, come quando si butta lo sporco sotto il tappeto, per usare una facile metafora.
Ecco perché fa comodo a tutti che sia stato ucciso un ragazzo di colore e non solo un ragazzo.
Può essere che il colore della sua pelle abbia avuto qualche importanza, nella sua uccisione, tuttavia, non facciamo un bel servizio alla sua memoria se ci soffermiamo solo su questo aspetto.
Il fatto è che la morte di Abdul diviene un pretesto per guadagnare la scena e disquisire intorno al grande tema di cui sopra, affermando il proprio diritto ad esprimersi a riguardo. Giornalisti, intellettuali e scrittori, tutti pseudo tali, si confrontano sul razzismo dilagante nel nostro paese.
Eppure, se ognuno di noi facesse il proprio lavoro con onestà e rispetto per il prossimo, perlomeno facendo qualche sforzo in questa direzione, allora, forse potremmo affrontare veramente le cause delle tragedie che accadono intorno a noi.
Basterebbe che i giornalisti informassero la gente citando esclusivamente i fatti, nel nostro caso, i seguenti: è stato ucciso un giovane di diciannove anni.
Sarebbe sufficiente che gli intellettuali, per dirla alla Pasolini, si impegnassero a farsi delle domande, piuttosto che sciorinare in giro risposte che nessuno ha chiesto loro.
Per quanto riguarda gli scrittori, be’, se la metà del tempo che trascorrono a spasso per librerie, a sentenziare su qualsiasi argomento, lo sfruttassero per leggere di più e scrivere meglio, forse avremmo qualche volume spazzatura in meno all’anno.
Finisco con una domanda, che rivolgo a tutte le persone che interverranno all’incontro pubblicizzato nella newsletter: sareste qui, stasera, se Abdul si fosse chiamato Pasquale?

La rom e la sosia

Mi è sempre piaciuto leggere storie. Anche per questo le scrivo e le racconto. Credo sia un bel modo per giocare con le parole. Tuttavia, qualsiasi bel gioco dovrebbe avere delle regole, altrimenti, come mi disse un giorno un tale, si divertono in pochi e molti non si divertono affatto.
Veniamo ai fatti. Giovedì pomeriggio leggo sulla versione on line di Repubblica la seguente notizia: Una bambina che somiglia a Denise Pipitone, scomparsa quattro anni fa in Sicilia, è stata segnalata sull'isola greca di Kos. La descrizione di Denise coincide con la minore trovata a Kos, con particolare riferimento ad un segno su un occhio. La piccola ha tra i sei e gli otto anni e parla perfettamente l'italiano. Proprio questo particolare aveva impressionato una turista italiana, che secondo quanto riportato dai media locali, tornata in Italia dalle vacanze, aveva denunciato alla polizia di essere stata avvicinata da una minore che vendeva souvenir. Secondo quanto riferito dalla polizia locale, il 2 settembre l'Interpol, che sta indagando sull'identità' della bambina con le analisi del Dna, ha informato le autorità greche, che hanno arrestato la madre della piccola, di nazionalità albanese. Un portavoce della polizia ha confermato che la bimba parla italiano, lingua assolutamente sconosciuta alla mamma.

Sapete, a forza di occuparmi di storie, la mia mente è portata per natura a dubitare...


“La vera storia di Jean Baptiste du Val-de-Grâce, oratore della razza umana”


Lo spettacolo “La vera storia di Jean Baptiste du Val-de-Grâce, oratore della razza umana” verrà narrato in occasione del seminario “Letteratura della migrazione e identità multiple”.

"Tra la terra e l'acqua a "La notte del racconto" 2008


Il testo "Tra la terra e l'acqua" è stato scelto dall'Istituto svizzero Media e Ragazzi e dalla Bibliomedia della Svizzera italiana per l'edizione 2008 della manifestazione nazionale "La notte del racconto".

Laboratorio interculturale di narrazione teatrale "Il dono della diversità", Edizione 2008-2009



"Un viaggio per conoscere meglio gli altri e riscoprire noi stessi grazie al racconto delle proprie storie e l'ascolto di quelle altrui."

Primo incontro (gratuito): Mercoledì 5 novembre ore 18 presso il Teatro Studio Uno, Via Carlo della Rocca 6, Roma.

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